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Gpa, dico no ai toni bellicosi

29 luglio 2017
di Letizia Paolozzi

Vorrei rendere distinguibile qualche dissonanza e disaccordo sulla maternità surrogata nell’incontro alla Libreria delle donne di Milano del 9 luglio scorso.
Per evitare le semplificazioni, le polarizzazioni tra Bene e Male, gli atteggiamenti prescrittivi, credo sia necessario entrare in un labirinto più complicato del bosco di Cappuccetto Rosso. Opinioni, racconti, testimonianze: voci diverse. Difficile, certo, in epoca di muri e di frontiere impenetrabili, tenere conto sul piano giuridico, sociale, etico delle contraddizioni che accompagnano la gestazioni per altri. Eppure, proprio queste contraddizioni mi impediscono di stare “o di qua o di là”.
Collocazione scomoda. “Pluralismo irresponsabile” come lo chiama Luisa Muraro sulla newsletter di Via Dogana3 (del 23 marzo)? Però, finora, la fedeltà lineare a un’unica posizione in campo (quella del No, No, No alla Gpa di un pezzo del femminismo) non ha sbrogliato la matassa dei miei dubbi.
Meglio perciò evitare gli schieramenti. Specialmente in un periodo nel quale i discorsi aggressivi vengono preferiti a quelli persuasivi.
Con la conseguenza che si sta scatenando una specie di guerra di cui, almeno io, non sentivo il bisogno. Perché la guerra si porta dietro la semplificazione e la semplificazione esclude incertezze, discontinuità, aggiustamenti: le domande sulla libertà e la responsabilità sono spazzate via.
Quanto alla sessualità, nella discussione mi sembra sia mal visto il corpo a corpo di tanti e tante per strapparsi al binarismo patriarcale, per salvaguardare le tracce di un desiderio che Trump pretenderebbe di cancellare con un tweet, cacciando i transgender dall’esercito Usa.
Così vanno le cose. Quando le divergenze si congelano, il lessico imbocca strade poco accoglienti, niente affatto ospitali.
Curioso come la passione per la differenza sessuale e il lavoro che l’ha accompagnata rischi di non vedere i cambiamenti dei quali le donne sono per grande parte artefici.
Eppure, l’opera femminile ha scosso l’ordine simbolico che costringeva a una condizione di subalternità “l’altra metà del cielo”. Eppure, c’è uno scenario nuovo nelle pratiche sociali, nel ruolo paterno e materno, nella costellazione famigliare.
Si obietta che la famiglia è una istituzione conformistica. Vero. Tuttavia, nei tempi impauriti e rancorosi che attraversiamo, non potrebbe la famiglia promettere un porto sicuro?
Allo stesso modo, la genitorialità, valore sociale per le donne e, da qualche tempo, per alcuni uomini, dentro la crisi non sarà un ramo al quale aggrapparsi supponendo di rafforzare così un’identità in crisi?
Conosco coppie eterosessuali e coppie gay (in numero molto minore se proprio interessano i conteggi), disposte a pagare pur di avere un figlio, desiderato al punto da non arrestarsi di fronte ad alcun limite. O confine. In questo “aiutati” dalla globalizzazione che i confini li sposta di continuo.
Anche qui, si tratta di una sfida del sesso maschile per cancellare la madre, del tentativo di riappropriarsi delle donne e della loro funzione riproduttiva oppure, al contrario, è stata proprio la potenza del materno a insegnare al sesso maschile che ci si può prendere cura della vita?
Quanto alla funzione riproduttiva, esaltare esclusivamente la gestazione (e la sua importanza), fa coincidere la donna con la capacità del suo corpo di generare; la identifica nel materno.
Peraltro, questa è l’aria che tira. E che respira anche l’ex presidente del Consiglio, Renzi, il quale ha lanciato il Dipartimento Mamme senza inquietarsi delle vicissitudini del patriarcato, dell’ esclusione femminile dalla polis.
D’altronde, perché si esclude che la madre “presa a prestito” abbia una soggettività? Perché chiuderla a forza nello schema della donna annichilita, silenziata dal ricatto economico?
Opporsi alla mercificazione dei corpi (della madre portatrice, del figlio che porta), significa, secondo me, ragionare sull’autodeterminazione piuttosto che sollecitare la proibizione.
Infine, ho tanti interrogativi e pochi convincimenti: so di detestare lo sfruttamento materiale (dunque una buona regolamentazione mi sembra più efficace del divieto); ritengo che la volontà della madre portatrice vada rispettata dall’inizio alla fine della gravidanza.
Di qui, una conclusione molto provvisoria: non funzionano le parole che non lasciano scampo e ottengono piuttosto il risultato di sbriciolare rapporti e relazioni. Non mi interessa nascondere i conflitti ma, di fronte a una politica sfinita e vendicativa, declinata al maschile, sarebbe bello che lo scambio e la polemica nel femminismo mostrasse la sua differenza disinnescando la bellicosità dei toni.

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