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Austen, la felicità femminile è possibile

7 ottobre 2014
di Letizia Paolozzi

Sei-romanzi-perfetti1Immaginate un critico letterario che si sia messo in testa di scrivere – oggi – intorno a capolavori assoluti di ieri. Sarebbe una fatica improba la sua, dal momento che quei capolavori sono stati già rigirati come un calzino. Che altro c’è da aggiungere, che non sia già stato detto o scritto?
Eppure Liliana Rampello in Sei romanzi perfetti. Su Jane Austen 2014, il Saggiatore, euro 18,00 (e prima nel Canto del mondo reale. Virginia Woolf. La vita nella scrittura quindi in: Virginia Woolf, Voltando pagina. Saggi 1904-1941) ha deciso una esplorazione dell’architettura narrativa della Austen con una scelta di folgorante semplicità: dare conto di ciò che il pensiero delle donne ha messo in luce: la “differenza” dei due sessi. Anche, ma non soltanto, alle frontiere della letteratura.
Una scelta capace di cambiare la prospettiva, facendo saltare i catenacci e i chiavistelli che imprigionano la critica letteraria. Ci previene infatti Rampello che nei romanzi di formazione femminile della Austen (Ragione e sentimento; Orgoglio e pregiudizio; Mansfield Park, Emma, L’abbazia di Northanger e Persuasione) viene abbandonata “l’avventura dell’io” della tradizione maschile, sostituita con una “trasformazione di sé” in relazione con l’altra e l’altro.
E’ un annuncio serio, importante. Capace di allargare la dimensione della scrittura e arricchire l’immagine che i vari personaggi – maschili e femminili – trasmettono di sé. Non solo nel rapporto tra i sessi, ma nella fitta rete relazionale e nella concezione di uno spazio teatrale, concentrato in un giardino, in un salotto, dove si addensano sfumature, segni, leitmotiv austeniani.
Siamo a cavallo tra Sette e Ottocento. Tuttavia la scrittrice non rimane indietro, agganciata al passato. Dalla sua finestra vede il salto nella modernità. E le colonie, il commercio, gli schiavi. Sull’amore non si sbaglia. Declina scientificamente l’importanza del denaro, in particolare per le ragazze da marito. “Le donne sole, scriverà Austen alla nipote Fanny nel 1817, hanno una spaventosa tendenza a essere povere. Fortissimo argomento a favore del matrimonio”. Eppure, sfortunate rispetto alla collocazione nella scala sociale, queste donne sole godono di una “straordinaria libertà interiore”, tale da renderle “artefici del proprio destino”.
Sono assennate, pacate: attente alle regole del mondo e però non subalterne. Quasi sempre non possiedono vitalizi, sterline, ghinee, rendite, terre. Senonché, osserva Rampello con grande sottigliezza, coltivano un obiettivo più grande: il desiderio di felicità. Un desiderio nuovo nell’Inghilterra patriarcale e di classe tra XVIII e XIX.
Quanto agli uomini, bé ne incontriamo di sterili, saccenti, arroganti, volubili, tediosi, palloni gonfiati. Ma anche di leali, spontanei, coraggiosi, capaci di fedeltà.
Comunque, quell’Inghilterra lì non è la zavorra che Austen vorrebbe buttare a mare. Non le passa per la testa e d’altronde possiede strumenti linguistici capaci di trasfigurare il passato, di andare oltre pur restando agganciata al tempo e al tempo storico.
Uno di questi strumenti, importantissimo, consiste nella conversazione, il dialogo che tira i fili della vita dei personaggi. L’altro è l’ironia. Quella “fossetta speciale” che Nabokov rintraccia in Mansfield Park e che fornisce alla scrittrice un ancoraggio contro l’eccesso stilistico e psicologico.
Naturalmente, conosciamo lettori dei Sei romanzi perfetti che faticano ad apprezzare il richiamo al decoro, alle convenzioni e lo considerano quasi fosse un invito a danzare la gavotta in un rave-party. Siamo pure al corrente della “ parziale incomprensione maschile”, di quei critici che non mostrano alcun interesse per la presenza, la voce, la mente, il pensiero femminile nell’opera della Austen. Ma proprio per questo il lavoro di Rampello ha tanta importanza. Perché ci dice che la scrittrice va maneggiata con cura. Sempre che vogliamo capire qualcosa degli uomini e delle donne.

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