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relazioni politiche, dal quartiere al mondo

Genova: perde il Pd, o perdono le donne?

13 Febbraio 2012
di Letizia Paolozzi

Chi teorizza o rivendica o difende la “democrazia di genere”, dovrà riflettere sulla sconfitta, nelle primarie del Pd a Genova, di due donne, Marta Vincenzi “la” sindaco (come voleva essere chiamata) e Roberta Pinotti, sfidante, senatore del Pd. Più una terza candidata, Angela Burlando, ex questore (in quota socialista)

Si potrebbe dire che è tutta colpa di un Partito democratico incerto, fragilizzato dalla crisi ma al tempo stesso rivolto all’indietro, in cerca di una classe operaia mitica ma scomparsa. Senza la forza (o l’autorità) di imporre una candidatura, non è riuscito a convincere Vincenzi, così poco amata dai quadri politici locali, che era meglio non si ricandidasse. Soprattutto dopo il comportamento infelice tenuto dalla prima cittadina nell’alluvione del 2011.

Donna sicura di camminare sulla strada giusta (aveva attaccato il suo predecessore, l’ex sindaco Pericu), decisa a difendere i suoi colpi d’ala (come il  “debat publique” per decidere finalmente di realizzare la “Gronda”, tratto autostradale su  cui a Genova si litiga da una trentina d’anni), la ex super Marta non mostra grande interesse per la mediazione. Aggressiva, poco diplomatica e con scarso senso della misura, è arrivata a paragonarsi a Ipazia, la filosofa assassinata da fanatici cristiani, alla quale – secondo la sua interpretazione – “e’ andata peggio”.

Al Pd la sindaca non piaceva dall’inizio (impazzando e impazzendo su twitter dopo la sconfitta Vincenzi ha chiosato: “Speravo che il Pd mi digerisse elaborando il lutto del 2007. Non è successo. Nessuno ha digerito il Pd. Bravi tutti”). Le cose sono peggiorate con il tempo ma non è neppure arrivato il colpo d’ala, la faccia nuova capace di unire tutti.

Il Pd ha preferito dividersi: maggioranza per Vincenzi; un po’ meno voti per la candidata Pinotti, battezzata e cresciuta dalla burocrazia di partito, veltroniana prima, ora dell’area Marino. Perdono ambedue in favore del docente in Storia dell’Economia, Marco Doria (46% di voti), candidato indipendente, sostenuto da Sel.

Albero genealogico antichissimo; un suo antenato si ritrovò con uno “strano” ruolo nella battaglia di Lepanto dove furono sconfitti i turchi. Il padre, Giorgio, tessera del Pci presa nel primo dopoguerra e per questo diseredato, era uno storico finissimo, di grana braudeliana. Padre e figlio, dopo la svolta della Bolognina, preferirono abbandonare il Pci e quel che ne sarebbe stato.

Oggi siamo dunque all’ennesima difficoltà del Partito democratico, magari a un ritorno di fiamma del municipalismo, oppure alla guerra delle dame (anzi, la stampa che scivola spesso sulla misoginia l’ha battezzata “la guerra delle zarine”)?

Certo, bisogna stare attenti: l’avversione nei confronti delle donne ci mette poco a esplodere. “Donne che scendono in piazza fanno piazzate” è una frase, tra le tante, caduta sulla testa della Vincenzi e da lei polemicamente rilanciara via twitter.  La “democrazia di genere” rischia di rivelarsi un’arma a doppio taglio.

 

 

 

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