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Omofobia: sulla legge vorrei discutere

28 Luglio 2011
di Letizia Paolozzi

Non vorrei essere accusata di intelligenza con il nemico, ovvero con Pdl-Udc. Anche se in questo periodo (e da molto tempo) non c’è modo di sollevare dubbi, obiezioni di fronte agli incendi polemici del linguaggio politico. Resta che io sono molto perplessa rispetto al disegno di legge che vuole introdurre l’aggravante di omofobia nei reati penali.

Pur non convincendomi le motivazioni del Pdl-Udc che hanno affossato il testo di legge.

Secondo questo non inedito gemellaggio introdurre un’aggravante per violenza motivata dall’omofobia e transofobia violerebbe l’art.3 della Costituzione (siamo tutti eguali davanti alla legge). In realtà, lo slittamento semantico è stato anche esibito: difendere la famiglia eterosessuale, come fu al momento della discussione e requiem per i Dico (che certo non rappresentavano un obiettivo grandioso).

La maggioranza si è parata dietro l’affermazione: Noi consideriamo i gay “come dei cittadini uguali agli altri”. Giustamente, il costituzionalista Michele Ainis (sul “Corriere della Sera” del 27 luglio) gli ha risposto: “Sarebbe meglio sbarazzarsi del filtro di legittimità costituzionale in Parlamento, tanto si sa che qualunque maggioranza decide in base a calcoli politici, anche sotto il mantello del diritto “.

Quindi togliamo di mezzo “il mantello del diritto” e domandiamoci: un provvedimento di aggravamento delle pene può fermare la discriminazione, può sradicare la violenza nei confronti dell’omosessualità? Non l’ha fermata un aggravamento delle pene nei confronti della violenza sulle donne ma, semmai, sono state le donne a rompere quel recinto che gli assegnava un ruolo precostituito di vittima alla quale era vietato di viaggiare da sola, uscire di sera, andare al cinema con le amiche. Se aveva un figlio, rinunciava al lavoro; se aveva un lavoro, era carica di sensi di colpa. Da quell’istante e da quella rottura ha capito che era possibile dare credito alle sue possibilità, al suo essere nata donna: tra mille difficoltà, certo, ma la libertà è nelle sue (nostre) mani.

Mi si obietta, tu non vuoi tenere conto delle identità sessuali: e voi siete sicuri che sia saggio diversificare gli individui in base ai loro orientamenti sessuali? Peraltro, in questo modo si finisce per concepire gli omosessuali (e gli altri, lesbiche, gay, bisexual, transgender) come eterni oggetti del discorso degli esperti. Eppure, si tratta di soggetti che producono una loro verità, inventando modi di essere, comportamenti, mondi linguistici fuori da verità immobili e da ogni potere/sapere normativo (Michel Foucault). Di qui discende l’infinita diversità della “presa di parola” omosessuale, un processo in corso, non concluso, non immobile.

Quando hanno silurato il disegno di legge che voleva introdurre l’aggravante di omofobia, evidentemente in Parlamento non ci si è richiamati a Foucault. Pd (con l’Idv) si proponeva di tutelare i soggetti omosessuali in ragione dei loro orientamenti sessuali attraverso una legge dello Stato.

Ma in questo campo, meno leggi si fanno e meglio è. Lo prova la diffidenza femminile ogni volta che viene invocato il “diritto” a abortire. Lo dimostra la divisione che ha segnato lo stesso movimento delle donne tra quante invocavano la querela d’ufficio per contrastare la violenza sessuale e quante rivendicavano la presa di coscienza, l’autonoma scelta della soggettività femminile.

Non so se lo vogliano, comunque io diffido di una difesa degli omosessuali in quanto categoria “debole”. Ai miei occhi hanno gli stessi diritti e doveri degli altri cittadini. In quanto cittadini mi batto affinché non siano considerati dei “diversi”.

Questo significa non vedere le angherie cui sono sottoposti?

No. So benissimo che almeno in ottanta paesi del mondo l’omosessualità viene considerata un delitto, anzi, un crimine. In alcuni paesi è punita con il carcere, in altri sanzionata con la pena di morte.

Dalle nostre parti, la psichiatria, a metà del secolo scorso, si dedicò a dimostrare che doveva trattarsi di malattia mentale. Mentre circolava l’idea di omosessuali “peccatori”, “invertiti”, “anormali”. Quest’idea  potrebbe raccontarla e la raccontò attraverso lo stile molteplice della sua vita (fino alla scomparsa in questi giorni), il ragazzo-trans- donna Giò Stajano.

La discriminazione esiste ancora. Ma non è l’aggravante che riuscirà a vincerla. E non sono neppure azioni a colpi di legge. peggio ancora, un eventuale ampliamento della legge Mancino che già entra pesantemente nel campo dei reati d’opinione (per me le opinioni si devono esprimere tutte, pure quelle deliranti dello stragista norvegese Anders Behring Breivik).

Sarebbe meglio lavorare nel campo educativo, dell’informazione, per facilitare il quotidiano degli omosessuali. I dispositivi di legittimazione della violenza vanno combattuti soprattutto sensibilizzando l’opinione pubblica. Con un lavoro sulle coscienze, con un’operazione maieutica. Perché gli ostacoli sociali li incontriamo di continuo, ma per rimuoverli occorre un lavoro di consapevolezza. Le donne, il femminismo hanno scelto sovente questa strada. E ha funzionato.

 

 

 

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