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relazioni politiche, dal quartiere al mondo

A 10 anni dal G8. Intervista a Anna Bravo

25 luglio 2011

E’ uscito il libro di Alberto Leiss “Libertà e conflitti nella città-mondo. A dieci anni dal G8 di Genova”. Il testo raccoglie interviste sulla città (Giuseppe Pericu, Giuseppe Rasero, Roberto Cingolani, Luigi Merlo, Marta Vincenzi) e sui temi della critica alla globalizzazione (Claudio Burlando, Donald Sassoon, Saskia Sassen, Anna Bravo, Sabina Siniscalchi, Giuliano Ferrara, con un colloquio inedito con Edoardo Sanguineti). Pubblichiamo il capitolo con l’intervista alla storica Anna Bravo.

 

LE DONNE, LEVA DEL CAMBIAMENTO

di ALberto Leiss

 Incontro Anna Bravo mentre sta per partecipare insieme alla storica francese Françoise Thebaud a uno degli ultimi dibattiti della “Storia in Piazza”.   Il titolo, un po’ spiazzante – “ E le donne?”-  allude all’interrogativo: nelle guerre, faccenda che nella storia è rimasta a lungo di esclusiva competenza maschile, oggi il ruolo femminile si pone ai margini o al centro del conflitto?

Anche a proposito dell’irruzione della violenza durante le manifestazioni al G8 di Genova ci fu, e anche oggi si ripropone, una dialettica acuta tra donne e uomini. Non solo per stigmatizzare la repressione e le azioni brutali attuate dalla polizia.  Ma anche sul terreno della critica a quei settori del movimento “no global”, che pur non partecipando alle violenze esplicite dei “black bloc” con i volti mascherati dai cappucci neri, avevano ritenuto di dover “mettere in scena”, di mimare la militarizzazione del conflitto. Opponendo le tute di gomma e gli scudi di plastica alle tenute antisommossa e alle armi dei militari, organizzando “assalti” più o meno simbolici alle grate metalliche che circondavano la “zona rossa” proibita, al cui interno si svolgeva il vertice.   

Scelte non condivise e anche apertamente contestate dalle femministe impegnate nel 2001 nel Genoa Social Forum. Lo ricorda Monica Lanfranco, che nel Social Forum stava a nome di diversi gruppi femministi, e che con la rivista “Marea” aveva organizzato un mese prima del vertice il “punto G : genere e globalizzazione”: un incontro internazionale di donne che aveva sostenuto, contro gli effetti della globalizzazione neoliberista, il movimento per “un’altra globalizzazione dal basso – come disse tra le altre la sociologa Christa Wichterich – una globalizzazione dei diritti, dell’equità nel rispetto delle nostre differenze e diversità, una globalizzazione della giustizia”(1). A dieci anni di distanza è previsto a Genova lo svolgimento di un altro “punto G”, dal 24 al 26 giugno, “per riprendere il filo di un pensiero – dice Monica – che in tante non abbiamo mai lasciato, creare un collegamento tra generazioni di donne, e con quegli uomini che vorranno esserci”.

Anna Bravo ha insegnato storia sociale all’Università di Torino, e ha scritto molto sui movimenti politici e sociali del nostro tempo, sulle guerre, e sul ruolo che vi hanno giocato le donne. Il suo libro più recente – “A colpi di cuore”(2) – è una rivisitazione in chiave anche soggettiva della storia, anzi meglio delle “storie” del sessantotto, come recita il sottotitolo del volume. Nonostante siano passati più di 40 anni la discussione sul significato di quel momento – che attraversò come una prima profonda scossa globale molti paesi del mondo e le generazioni giovanili – è ancora ben viva del dibattito politico e culturale. Come si dimostra viva – lo dicono in vario modo molti degli intervistati in questo libro – la presenza dei temi critici sollevati dal movimento “no global”a cavallo degli anni ’90 e 2000.

 

Hai riflettuto in questi anni in termini critici, che hanno fatto discutere, sulla presenza della violenza nei movimenti di protesta. Esiste un punto di vista femminile sulle logiche del conflitto? Credi che anche a questo aspetto non risolto si deva il declino della visibilità e del protagonismo del movimento nato a Seattle?

 

Non ho vissuto direttamente le giornate di Genova, ma non c’è dubbio che la repressione brutale delle forze di polizia abbia provocato un vero e proprio shock in molti dei giovani che si erano impegnati generosamente, spesso per la prima volta nella loro esperienza di vita, e del tutto pacificamente. Però sono convinta che una forte responsabilità negativa per l’andamento della giornata e per l’immagine di quel movimento stia anche nelle scelte di coloro che non rifiutarono completamente la logica della violenza, o quantomeno della sua rappresentazione simbolica. Carlo Giuliani è stato vittima di un colpo d’arma da fuoco sparato da un carabiniere. Ma una riflessione si doveva e si dovrebbe imporre anche per chi non ha mai rotto radicalmente con una cultura che non rinuncia all’uso di pratiche violente, e che magari ancora oggi cede alla tentazione di mitizzarle.

Io dopo Seattle ero sicura che quel movimento si sarebbe sviluppato come una cosa grande e bella, piena di futuro: ricordo che su Seattle inserii “in tempo reale” un paragrafo in un manuale di storia contemporanea che stavo scrivendo per la scuola. E abbiamo visto quanta forza effettivamente abbia saputo sviluppare l’onda lunga di quel movimento quando il 15 febbraio del 2003 riempì le piazze di mezzo mondo contro l’imminente invasione dell’Iraq da parte della coalizione radunata dal giovane Bush. Si parlò del fatto che era nata una nuova “superpotenza mondiale”.

Poi c’è stato un ripiegamento, dovuto certamente a tanti fattori, ma anche ai limiti di democrazia interna e al permanere di un’idea di militanza troppo condizionata dalla suggestione della forza da manifestare in piazza – e dal fatto che la violenza è il modo più sicuro per avere una visibilità. Responsabilità dei media, certo, ma anche di chi non sa sottrarsi alla sensazione che se non sei citato, fotografato e filmato, non conti niente, anzi non esisti.

Non è un caso che, come raccontano molte testimonianze, le donne si siano sentite tagliate fuori, quasi condannate al ruolo di vittime obbligate a subire la violenza poliziesca da un lato, e le logiche ottuse dei “militanti” loro amici e compagni dall’altro. Mentre la presenza femminile era stata fondamentale sia nella produzione delle nuove idee del movimento, sia nell’azione per organizzarlo e farlo vivere. In fondo, in un certo modo di gestire la piazza e di concepire la “militanza” sembra esserci posto solo per le schiere dei maschi giovani, sani, bellicosi. Una mamma che ha con sé un bambino, oppure una persona anziana, o qualcuno che abbia un handicap, sono quasi forzatamente esclusi dalla possibilità di esserci, di essere rappresentati, di contare; beninteso, nell’immagine che una manifestazione vuole dare di sé possono comparire, ma in genere per far risaltare meglio la violenza poliziesca. L’impossibilità di esserci a pieno titolo è una ferita inferta alla democrazia interna dei movimenti.

 

Da un punto di vista femminile la pratica della violenza va comunque esclusa in tutte le sue forme nella gestione di un conflitto politico e sociale?

 

Non dico questo, e tra le donne per fortuna ci sono – come su tutto il resto – opinioni diverse. Del resto il movimento nonviolento non sostiene affatto che di fronte alla violenza sugli inermi si debba rinunciare all’azione. Dipende dall’azione.

Ai tempi dell’intervento in Bosnia ero favorevole al fatto che la comunità internazionale non girasse la testa da un’altra parte mentre era in corso la carneficina, anzi ritenevo che ci si sarebbe dovuti attrezzare per poter agire prima, e con modalità diverse, per esempio attraverso un’azione di polizia internazionale. Penso a quel che aveva detto allora Alex Langer: che un intervento armato dell’Onu, o della Nato a nome dell’Onu, purché il più possibile contenuto, fosse preferibile al lungo massacro della Bosnia; che fosse necessaria “una forte autorità internazionale capace di minacciare ed anche impiegare- accanto agli strumenti assai più importanti della diplomazia, dell’integrazione economica, della informazione veritiera- la forza militare, esattamente come avviene con la polizia sul piano interno degli stati”. Si immaginava una forza con un armamento, un addestramento e un mandato specfici, diversi da quelli degli eserciti; una forza legittimata a usare anche le armi, ma attrezzata a gestire la soluzione del conflitto con le capacità e l’intelligenza umana, degli uomini e delle donne, non delle bombe.

Per anni Alex ha insistito sulla necessità di essere costantemente presenti sul territorio per costruire la pace, anche con la forza, ma con una preparazione complessiva adeguata. Proponeva la creazione di un corpo di polizia internazionale, un corpo stabile, perché le abilità per condurre un’azione di questo tipo non si possono improvvisare.

Ciò che mi lascia sgomenta è l’assenza di una riflessione e elaborazione critica sul metodo e sugli strumenti con cui si affronta e si gestisce un conflitto quando si è costretti a misurarsi con qualcuno che esercita la violenza spesso nel modo più brutale e disumano.  Mi interrogo in questo momento sulla situazione in Libia e trovo folle che, con l’eccezione dei gruppi nonviolenti, non cresca una critica più forte contro la guerra combattuta dall’alto, con i bombardamenti supposti “intelligenti”. E’ la forma di guerra più bieca. Se si vogliono davvero difendere i civili, i soggetti esposti alla violenza di un dittatore, sono d’accordo con chi ritiene che si debba organizzare una presenza fisica sul teatro degli scontri, facendo intervenire una forza di interposizione.

Però sembra che siamo sempre allo stesso punto.

 

 Hai ricordato la presenza fondamentale delle donne nel movimento “no global”.  Il loro contributo è stato particolarmente oscurato dal prevalere di un conflitto violento?

 

Nei confronti delle donne, sia quelle più giovani venute alla politica negli anni dopo Seattle, sia delle femministe come me che hanno radici nel ’68 e negli anni ’70, si è spesso ripetuto nel periodo più recente: “uscite dal silenzio”. Abbiamo risposto e ripeto che non siamo mai state zitte.  Un problema diverso è lo scarso spazio che ci è stato riservato dal mondo dell’informazione e della politica, e questo vale anche per i movimenti no global, che pure alla loro nascita sembravano i più adatti a valorizzare le donne. Perché  non avevano pretese di direzione complessiva, abbracciavano una quantità di  componenti eterogene, si servivano sia di Internet sia dei rapporti faccia a faccia, in cui le donne sono maestre. In alcune situazioni, come l’India, alcune organizzazioni femminili erano state le iniziatrici. La violenza ha sicurametne contribuito a allontanare le donne, sia per i motivi che ho detto prima, sia perché molte erano teoricamente e emotivamente contrarie al suo uso e ne prevedevano gli effetti sull’organizzazione.

Era già stato così negli anni settanta. Da in lato si era creata la vecchia gerarchia fra i “guerrieri” e gli altri, vecchia storia. A proposito della guerra di Spagna, Simone Weil aveva scritto: “un abisso separava gli uomini armati dalla popolazione disarmata, un abisso in tutto simile a quello che separa i poveri dai ricchi. Questo si sentiva nell’atteggiamento sempre un po’ umile, sottomesso, timoroso degli uni e nella sicurezza, nella disinvoltura, nella condiscendenza degli altri”. D’altro lato, tutta l’organizzazione risentiva della valorizzazione della “forza”; per esempio, partecipare alla sua gestione era un ottimo canale per accedere a ruoli di leadership altrimenti inattingibili, mentre la maggioranza dei/delle militanti rimaneva schiacciata alla base.

Pensando al movimento non gobal, mi chiedo come possa aver influito, sulle donne e non solo, vedere lo spazio dato ad alcuni leader ripresi mentre incitano a schierarsi “militarmente”, e anche il fatto che le (poche) carriere poltiche successive  sono state maschili. Poi c’è una questione di stile poltico, che non posso sintetizzare qui, ma che certo va posta, magari ricordando le critiche delle attiviste dei diritti civili ai dirigenti dell’Sncc.

Oggi penso che sia particolarmente importante la critica che da molte donne viene sviluppata al modo in cui è distribuito e organizzato il lavoro. Anche qui siamo in presenza di un’onda lunga.  Nel mio libro sul ’68 ricordo come nel 1977, grazie alla nuova legge sulla parità delle chiamate al lavoro, la Fiat si trova 300 donne in fabbrica. A quel punto c’è la battaglia con gli uomini del sindacato: per esempio, una delegata chiede di andare a lavorare in fonderia. Un delegato, un uomo grande e grosso, le dice: “Compagna, ma cosa vuoi venire a fare in fonderia se non sei nemmeno capace di tirar su questa roba?”. Lei lo guardo dal basso verso l’alto e gli dice: “Beh, ma tu sei scemo a tirare su quella roba, ti fa male alla schiena”. Capovolto lo svantaggio in vantaggio, l’operaia offre al compagno un’uguaglianza al rialzo, facendosi forte di una doppia differenza, quella del corpo e quella politica, che irride alla gerarchia uomo/donna e al primato della produzione: il diritto di non sfiancarsi viene prima. Qui una presunta debolezza femminile si traduce in un possibile vantaggio per tutti, donne e uomini.

Vale per gli operai, ma vale anche per le e i manager che decidono come si lavora e per che cosa. Rimodulare tempi e qualità del lavoro alla luce del desiderio delle donne di tenere insieme la cura degli affetti e la presenza nel mercato può aprire nuove possibilità, in parte già sta succedendo. Siamo appena agli inizi, e da parte degli uomini vengono ancora molte paure, molte resistenze. Eppure anche i padri, specie i più giovani, possono sentire il bisogno di avere più tempo per stare con i figli o semplicemene per stare con se stessi. Forse la paura, lo spirito di competizione e i rancori maschili si potrebbero vincere più facilmente se capissero che la leva per cambiare sono proprio le cosiddette “debolezze” di noi donne. O almeno così vengono definite.

 

 

(1) Gli atti del convegno internazionale punto G del 2001 sono pubblicati nel numero speciale di “Marea” n. 3 dello stesso anno. Il primo numero del 2011 annuncia invece l’incontro del 24-26 giugno. Vedi anche il sito:  http://puntoggenova2011.wordpress.com/

(2) Anna Bravo, “A colpi di cuore. Storie del sessantotto”, Editori Laterza, 2008

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