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relazioni politiche, dal quartiere al mondo

21 Aprile 2011
di Monica Luongo

Nei giorni scorsi il quotidiano britannico The Guardian ha dato ampio spazio a foto e articoli a due donne che si battono strenuamente per i loro ideali e interessi, in due parti del mondo distanti tra loro e animate da ideologie profondamente differenti.
La prima signora è San Suu Kyi, la premio Nobel birmana, che dopo 16 anni agli arresti domiciliari può continuare la sua battaglia muovendosi solo un po’ più liberamente, visto che comunque le visite nella sua casa e i suoi spostamenti sono rigidamente sorvegliati dalla polizia di stato, e la spondilosi che la affligge le impedisce di muoversi come vorrebbe per continuare la sua battaglia per la promozione dei diritti umani nel suo paese, chiedere un sistema multipartitico e nuove elezioni. La seconda – ritratta in giubbotto di pelle scura e foulard verde che le copre il capo e la fa risaltare gli occhi, è Aisha Gheddafi, sorella dell’uomo che sta tenendo in scacco le forze aree della nato e di alcuni paesi europei: mentre Mohammar è nascosto in bunker sicuri e organizza la tattica militare, a lei è dato il compito di “curare l’immagine” e la propaganda a favore del fratello che, come lei stessa ha dichiarato: “amo più di mio marito”. Aisha partecipa alle manifestazioni pro-raiss a Tripoli e nel resto del paese e sostiene la popolazione che prende parte alla guerra civile libica schierandosi con chi li comanda da decenni. Il fatto che questi cittadini siano numerosi deve rammentarci continuamente che la scelta dell’intervento militare è stata difficile e che ora lo è più che mai.
Anche le scelte del governo britannico relative alla lettera che David Cameron, Angela Merkel e Barack Obama hanno scritto dopo il summit della scorsa settimana, sono state fortemente criticate nella Camera Alta. La deputata labour Linda Riordan dichiara che le parole di Cameron riferite a Gheddafi “se ne deve andare, e per bene” sono oltraggiose e totalmente in disaccordo con quanto stabilito in Parlamento. E cioè supportare i civili senza avere come obiettivo la cacciata di Gheddafi. Un filo sottile in verità, visto che quando inizia una guerra e/o il supporto a essa è poi complesso stabilirne le modalità di intervento senza che la situazione vada fuori controllo e che l’obiettivo primario – in questo caso – sia la cacciata di Gheddafi.
Della vita quotidiana che le donne libiche e quelle birmane stanno vivendo si sa ancora poco: delle prime poche immagini (difficile anche reperire nuove tramite Twitter), delle seconde il silenzio più totale, nonostante ci siano due donne oltremodo forti a battersi anche per loro e ad alzare la voce. Della richiesta dell’applicazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite relative al ruolo e alla protezione delle donne in situazioni di conflitto e post-conflitto ancora nessuno si è fatto portavoce, come se non si sapesse quanto è difficile intervenire per definire l’agenda delle donne quando decisioni e denari sono presi e spartiti senza tenerne conto a monte. Se qualche lettrice o lettore di DeA ne legge ce ne dia conto. Grazie.

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