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La predica che divide le femministe

15 Aprile 2007
Questa rubrica è uscita su "Europa" l'11 aprile 2007
di Franca Fossati

Era stato annunciato con una certa enfasi perfino dai telegiornali: nella Via crucis del Papa si sarebbero ricordate le donne, il loro coraggio e le umiliazioni a cui sono state e sono sottoposte. I giornalisti ne hanno parlato come di una bella novità e anche come una sorta di risarcimento.
In realtà dalla religione di Gesù ti dovresti aspettare che sia norma l’attenzione alle donne. Almeno quanta se ne legge nei Vangeli. Furono le donne, come nella poesia della suora comboniana Elisa Kidanè, ad andare “per smuovere/ il masso dalla tomba/ per lenire/ ferite indelebili/ per profumare/ il corpo straziato/ del loro Maestro” (www.libreriadelledonne.it).
E fu a loro che si manifestò il Cristo risorto. Il padre cappuccino Raniero Cantalamessa infatti, nella predica del venerdì santo in San Pietro, ha esaltato le donne dei Vangeli. Nessuna donna -ha detto- è coinvolta nella condanna di Gesù. E “anche per l’oggi- scrive, con qualche scetticismo, il vaticanista del Corriere della sera (7 aprile)- il predicatore pontificio ritiene che la donna possa essere meno pericolosa dell’ uomo” e contribuire a salvare la società “dalla violenza, dalla volontà di potenza, dall’aridità spirituale, dal disprezzo per la vita”.
Verrebbe da dire: ‘troppa grazia’! Tocca un compito immane alle donne.
Se non fossero fuorviate, aggiunge il frate, dal femminismo “radicale” che le vuole far diventare come gli uomini e annullare la differenza sessuale.
Una predica apprezzata dalla filosofa Luisa Muraro che, intervistata sempre sul Corriere (8 aprile), ricorda che il femminismo nasce come pensiero della differenza ed è l’ emancipazionismo moderno, non il femminismo, a volerla annullare, o a ridurla a mera costruzione culturale. “E’ forse la prima volta –commenta Il Foglio (10 aprile)- che viene rivendicata così apertamente una sorta di alleanza nei fatti, un’empatia tra mondi che si potrebbero immaginare assai lontani”.
Ma non è la prima volta che Muraro mostra comprensione e benevolenza verso il Vaticano. In un articolo uscito il 1 aprile su Il Manifesto , a proposito dei Dico, criticava le posizioni troppo zapateriste ospitate dal giornale e, pur riconoscendo che la Chiesa sulla vicenda delle coppie di fatto ha perso la capacità di mediare, rivolgeva al pontefice critiche affettuose e confidenziali. “Se potessi parlare a Benedetto XVI, gliene direi quattro, ho già pronto un incipit alla veneta: ma benedetto Benedetto, che cosa stai combinando?”.
In realtà ciò che Muraro rimprovera alla gerarchia cattolica è la mancanza di “coraggio di gesti simbolici forti e semplici” come affidare la predica del venerdì santo a una donna autorevole.
Di tutt’ altro avviso è un’altra femminista “storica”, Lea Melandri che, sulla prima pagina di Liberazione dell’ 8 aprile, diffida delle aperture vaticane (“timeo Danaos et dona ferentes”): “i doni, imbellettati di attributi apparentemente lusinghieri, portano, neanche tanto nascosti, i segni del millenario destino che la Chiesa, e prima ancora la comunità storica degli uomini, hanno inflitto al sesso femminile”.
La “differenza femminile” del venerdì santo, rappresentata “dalle madri coraggio salvatrici della società afflitta dai peggiori mali” e “dalla Maddalena peccatrice redenta”, è quella “costruita dall’uomo” (a suo vantaggio) e “purtroppo ricalcata, sotto alcuni aspetti, da una parte del femminismo”.

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